LA CELIDONIA

Oggi parlerò della celidonia (o chelidonia) una pianta molto diffusa nelle zone antropizzate,ma proprio per essere tanto comune,passa inosservata e, quindi, è poco conosciuta dalla gente.Ancora oggi,però,è usata dai nostri contadini per guarire "porri" e "verruche".L’idea di trattare questa erba mi è venuta passeggiando per i colli Euganei, la scorsa primavera, con Antonio Mazzetti e,trovandone ad ogni passo abbiamo parlato del suo utilizzo popolare nella zona. Sono andato,allora, alla ricerca di notizie sul suo uso anche fra le famiglie contadine della Bassa Padovana,dove attualmente risiedo, scoprendo cose molto interessanti.

Proprio in primavera,con il ritorno delle rondini,inizia la sua fioritura;per questo motivo gli fu attribuito questo nome:"chelidon"in greco significa "rondine".La tradizione ci fa scoprire un altro legame fra la celidonia e le rondini.Infatti Plinio racconta che Aristotele credeva che i rondinini nascessero ciechi e tali sarebbero restati se le madri non avessero deposto sui loro occhi una goccia del lattice della pianta.Anche Paracelo fu incuriosito da questo succo giallastro paragonandolo,per il colore,alla bile e teorizzando un suo benefico effetto contro la colelitiasi (fra l’altro confermato dalla scienza moderna).Nel XIV secolo il chimico Raimondo Lulli affermava che l’estratto dell’erba in questione somministrato ai moribondi poteva prolungare loro la vita.

Prima di addentrarmi nella spiegazione delle sue proprietà,vorrei ricordare che è fondamentalmente una pianta tossica,perciò è assolutamente sconsigliabile il suo uso ad di fuori di quanto fanno i contadini: si può adoperare solo contro le verruche, gli altri metodi di impiego li citerò esclusivamente per curiosità e per completezza.

Per curare i cosiddetti "porri"la celidonia si adopera comunemente in tutta la campagna veneta,anche se, nella Bassa Padovana, si preferisce la secrezione di un rospetto chiamato "saltaro".Affinché esso produca tale secrezione,i contadini (che non vanno per il sottile con gli animali)lo prendono per le zampe posteriori e lo sbattono più volte a terra o sopra ad un sasso.Se invece usano la celidonia,ne rompono lo stelo e fanno gocciolare il liquido giallo che ne esce, sulla escrescenza verrucosa cutanea,una o due volte al giorno per 15-20 giorni:i risultati pare siano eccellenti.Per curare porri e verruche ogni zona della nostra regione ha poi delle varianti.Per esempio nelle campagne trevigiane i contadini strofinano un pezzetto di lardo sulla parte da guarire.

Vorrei fare un breve cenno sugli altri metodi di cura popolare (ancora oggi usati) nelle varie località d’Italia per guarire dai porri.

In Sicilia: si utilizza, in certe zone, il lattice di celidonia,mentre in altre quello del fico.Nel Lazio: si usa,in genere, la celidonia,ma ad Anagni l’impacco di urina.In Calabria:la celidonia,o la secrezione di rospi e cicale,o un decotto di gramigna,o l’acqua di cottura delle melanzane.In Toscana ed in Emilia:il fico.In Friuli:l’ "erba solara"(Solanum nigru) o il lattice giallastro che esce dal gambo spezzato delle piantine di malva,inoltre, in certi posti, si sfregano sul porro le lumache o le foglie di pioppo o di salice. A Sesto al Reghena: si adopera l’urina delle mucche. A Belforte Isauro (Pesaro) c’è un metodo particolare:si sciolgono alcuni coralli in un bicchiere di succo di limone e si utilizza questo preparato.In Sardegna:si usa la bava di lumaca. A Montefalco (Perugia): la linfa che esce dal gambo delle ginestre.Ci sono poi metodi "magici"che non sto qui a raccontare.Quanto ho riportato,però,per quanto possa apparire bizzarro,ha un fondamento scientifico:tutti modi citati per guarire dai "porri" utilizzano sostanze caustiche, o disinfettanti,o emollienti.Tutto ciò non si fa a caso,ma è frutto di una esperienza tramandata da generazioni.

Torniamo ora a parlare di celidonia.Essa è della famiglia delle Papaveraceae,genere Chelidonium,specie maius L. Nelle nostre zone è chiamata "erba da porri",in altri posti "latte di stregha".Cresce in luoghi incolti,ma,come ho già detto, antropizzati,cioè lungo i sentieri,i fossati, i muretti,vicino ai ruderi,preferibilmente in zone ombrose e anche nel sottobosco. I suoi fiori gialli, con quattro petali ciascuno, si raccolgono in gruppetti terminali e compaiono in primavera: tale fioritura si prolunga nel periodo estivo.E’ una pianta erbacea,perenne alta dai 30 agli 80 cm.Il fusto è eretto e ramificato,le foglie sono pennatosette (composte da sette segmenti arrotondati e lobati).Il frutto è una capsula.La pianta non è profumata,ma maleodorante,soprattutto se si spezza producendo il suo classico lattice giallastro che si ossida rapidamente assumendo un colore scuro.

Andiamo ora ad esaminare il perchè delle sue proprietà terapeutiche.Come prima accennavo possiede ben dieci alcaloidi dei quali citerò i più importanti.La pianta concentra le sostanze farmacologicamente attive nella sua parte aerea.Possiede un alcaloide di nome sanguinarina simil stricnico che agisce sui centri nervosi motori sottocorticali.Un altro alcaloide vasomotore ed eccitante le terminazioni sensitive è la chelleretrina.Avrebbe anche una azione antimicotica ed antibatterica (da cui l’uso popolare di curare gli eczemi con impacchi di celidonia).Queste due sostanze,a dosi elevate,provocherebbero una paralisi respiratoria agendo sui centri bulbari respiratori e vasomotori. Inoltre,assunte mediante pozioni improprie,causerebbero irritazione delle mucose e lesioni del tubo digerente e del parenchima renale.Ora parlerò del principio attivo più importante posseduto dalla celidonia: la chelidonina.E’ un composto papaverinico benzil-isochinolinico farmacologicamente attivo come spasmolitico,miotico e narcotico.Pare agisca anche sui centri superiori causando,appunto,narcosi,diminuendo pure il tono dei muscoli lisci dell’intestino,utero,bronchi e vasi sanguigni. Possiede,dunque,una azione antispastica completa.Nel passato è stata usata anche dalla medicina ufficiale,in via sperimentale,come spasmolitico in patologie caratterizzate da spasmo dei muscoli lisci,nella angina pectoris,in alcune forme asmatiche,negli spasmi del tubo gastro enterico e nella cura di alcune malattie del fegato e delle vie biliari,in particolare:colecistopatie e calcolosi biliare.Fin dal 1929 è stato tentato,in laboratorio,l’utilizzo di estratti di celidonia, per rallentare l’evoluzione dei carcinomi dei topi attribuendo tale proprietà,non tanto alla chelidonina,ma alla sanguinarina per una azione antiblastica colchicinosimile.

Tutto questo ci fa capire,ancora una volta,come nelle piante siano presenti sostanze importanti,ma che devono essere usate con cautela.Impropriamente si sente dire spesso: "curiamoci con le erbe perché tanto non fanno male!".Come tutte le medicine anche la fitoterapia ha le sue regole e deve essere impostata correttamente.Purtroppo (come anche nella medicina ufficiale) molte sono le pubblicazioni ed i programmi televisivi che divulgano nozioni di autocura e ciò,se da un lato è un bene perché educa la gente a non trascurare certi sintomi,dall’altro può creare inconvenienti.Io rabbrividisco quando (anche allegati a riviste alla portata di tutti) vedo manualetti del tipo "imparate a curarvi da soli" o "curatevi con le erbe". Sarebbe come dire "imparate a fare l’avvocato o l’ingegnere da soli". Ritengo che sia indispensabile un rapporto equilibrato fra medico e paziente in tutti campi: sia nella medicina ufficiale,sia in quella alternativa.Lo sapevano bene i nostri contadini che, quando il problema era serio, si rivolgevano anch’essi agli "esperti".

(da "L'ADESE" ANNO III N.3)

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